È freddo. Freddo e umido, stasera.
“Perché sei venuta qui, col tuo abito di luce, a squarciare l’oscurità che mi protegge dagli sguardi, dai pensieri. Prova a ricordare da dove sei partita, prova a dire ad alta voce quello che pensi ora. Ora che le mie mani cercano le tue. Ora che il tuo respiro si fa più affannoso ed incerto, un istante salta sull’altro seguente, come in una cavallina impazzita.”
È freddo. Freddo e umido, stasera. Esattamente come ogni volta che il mare si alza per cercare la luna che s’allontana.
“Coprimi con le tue labbra gli occhi, e succhia via le lacrime che ne scaturiscono, scure. Muore in me sul nascere la volontà di ascoltare queste parole, che mi arrivano come da dietro un velo, un muro sottile che le ritarda quel tanto che basta perché non abbiano più senso.”
È freddo. Freddo e umido stasera. La luna, piccola e luminosa è distratta dalla nebbia che sorge dalla terra, mescolata agli incendi di sterpi ed immondizia intorno.
“Ricordi? Questa strada era lunga e profumata, e tagliava la vecchia fabbrica in due come un limone. Ricordi? C’era sole allora, quel giorno vicino di alcuni anni. Quel giorno in cui le zagare iniziarono a giocare con l’estate, in cui noi iniziammo a morire lentamente, senza saperlo. Ricordi, forse. Io solo vagamente, ma è quanto basta.”
Come lucciole immobili, sospese nella notte al di là delle file di pali che si perdono in un unico punto scuro, i fuochi di amanti e prostitute sono fari per i naufraghi degli incubi del giorno.
“Come è possibile che ti sia persa così facilmente. Ma io ti ho ritrovata, e non ti lascerò. Credevi che il silenzio ti avrebbe distrutto, e che le stagioni ti avrebbero cambiata. E invece sei ancora qui, giovane e bella come allora.”
Chi s’è soffermato per qualche minuto su questa strada, avrà di certo notato le migliaia di carte e fazzoletti che costellano i marciapiedi dopo una certa ora. È qui che si viene a sfinirsi, davanti ad un golfo che osserva quieto senza essere osservato.
“Le tue mani venate leggermente come marmo finissimo, e la linea degli occhi scuri a penetrare gli occhi altrui. Nel tuo collo caldo palpitano le arterie che, fragili, danno e tolgono vita ed ossigeno inconsapevole. Ogni tuo gesto sembra in armonia con ciò che ti circonda, sia esso un elegante teatro o un’autodemolizione. Potevamo fare grandi cose io e te. Potevamo fare cose bellissime.”
Ormai la notte ha divorato il sole, mentre pochi fiori ed una fotografia sbiadita pregano per qualcuno che ricorda. Le curve spesso portano via vite che non hanno saputo guardare al di là. Ancora non tutte le luci per le strade sono accese, e ogni tanto, si nota dall’alto, svanisce un punto di Pozzuoli o una virgola di Fuorigrotta, quella vicino alla Stazione. I rumori salgono come in un auditorium perfetto fino in collina, e si possono distinguere quasi anche i discorsi dei passeggeri che aspettano il loro treno.
“Parlare con il tuo bel volto ha ancor più significato, adesso che mi sorride tra i capelli meravigliosi e neri come il fondo del mare, laddove non arriva luce. Tenerlo sulle mie ginocchia è una sensazione che rimpiangevo e che ho mimato spesso nella solitudine di queste duemila notti senza te. Sentivo le tue guance tra i polpastrelli, ed il mento piantato nella mia coscia, quasi a farmi male. Parlare con il tuo volto ha ancor più significato, ora che è qui, tra le mie mani.”
Fissare per troppo tempo le luci le fa rimanere impresse sulla cornea anche se chiudi gli occhi dopo un po’ . E nell’oscurità, all’interno del cranio, puoi vedere file d’alberi completamente verdi che risplendono nella notte, o sciami d’insetti nomadi di terre inconoscibili. Puoi trovarti nel mondo dei tuoi desideri pur rimanendo in un’area di sosta al lato della strada veloce.
“Sento caldi i palmi sulle guance fredde, fredde come questa notte. O ancora di più. Perché solo a guardare questo fiume che scorre tra i sampietrini della strada, lento e denso come mercurio, viene in mente uno di quei fiumi ghiacciati dei lontani paesi freddi del Nord. Scende, fino a dove posso osservarlo, fermo immobile, e poi ancora più giù, dove qualcuno lo laverà via con un po’ di detersivo.”
Scorri le immagini che ti martellano la testa, fino ad arrivare nella periferia più nera dove vorresti trovare un riposo che forse già sai non arriverà così facilmente. Perché in una terra dove non si conosce altro che cemento e plastica, forse anche il riposo è qualcosa per cui combattere. E intanto continui a vedere case, ed ognuna ti urla qualcosa. Ma è troppo poco per capire cosa vogliono.
“Il tuo collo è caldo, palpitante sotto le mie labbra che lo mordono leggermente, con rispetto. E ne sgorga sangue, quanto non avrei immaginato. A formare un fiume, e poi un lago, e poi chissà, il mare intero. Sembri una fonte benedetta, che dona vita ai moribondi. Gli occhi nei miei, scuri ed impenetrabili, incorniciati tra i tuoi capelli perfetti, nel pallore eterno delle guance, delle linee del volto leggere, quasi accennate, della fronte rilassata e senza rughe.”
…
“Il tuo corpo è in me, e devo ammettere che era dolce ed innocente la tua carne. Ogni suo grammo era come se mi restituisse piano la vita che avevo perso per la strada, e non sono riuscito a smettere fino a che non è rimasta solo la tua testa, il centro di tutto ciò che eri, no anzi, che sei. È così, perché invece il cuore l’ho subito desiderato, quando ancora pulsava leggermente, e forse tu mi hai visto mentre lo facevo. Ma è stato giusto, non credi? Avevi detto che non ci saremmo lasciati più. Ti credevo, certo. E tu mi credevi, invece, quando dicevo che avrei ucciso per te? Forse no. O forse si. Ma certo non immaginavi che avrei ucciso te…”
Il grande belvedere deserto. Lo ricordo nei molti capodanni, meta ultima di ogni festa di ogni persona di questa città, inondato dalla luce del primo sole dell’anno nelle albe calde di quel calore accumulato nelle case o nei locali affollati, e conservato nei cappotti pesanti e sotto la pelle. Ora ci siamo noi, soli. Ed è ancora più bello, ancora più semplice. Cerco le sigarette, ma non le ho. Non ho mai fumato. Era un tuo vizio, e ti chiedevo sempre di smettere. Vedi, mi hai insegnato qualcosa anche oggi: i vizi non si perdono mai, in fondo.